Messa del Papa a Santa Marta: Il tramonto dell’apostolo

Papa Fra

Un pellegrinaggio singolare è quello indicato da Papa Francesco durante la messa celebrata stamane, venerdì 18 ottobre, a Santa Marta. È la visita alle case di riposo dove sono ospitati preti e suore anziani. Si tratta di veri e propri «santuari di apostolicità e di santità – ha detto il Vescovo di Roma – che abbiamo nella Chiesa» dove dunque vale la pena andare come «in pellegrinaggio». Questa indicazione è stata il punto di arrivo di una riflessione che ha preso spunto dal confronto tra le letture della liturgia del giorno: il brano del Vangelo di Luca (10, 1-9) – nel quale si racconta «l’inizio della vita apostolica», quando i discepoli sono stati chiamati ed erano «giovani, forti e gioiosi» – e il passo della seconda lettera di san Paolo a Timoteo (4, 10-17) nel quale l'apostolo, ormai vicino al «tramonto della sua esistenza», si sofferma sulla «fine della vita apostolica». Da questo confronto si capisce, ha spiegato il Papa, che ogni «apostolo ha un inizio gioioso, entusiasta, con Dio dentro; ma non gli è risparmiato il tramonto». E, ha confidato «a me fa bene pensare al tramonto dell’apostolo». Il pensiero è quindi andato a «tre icone»: Mosè, Giovanni il Battista e Paolo. Mosè è «quel capo del popolo di Dio, coraggioso, che lottava contro i nemici e lottava anche con Dio per salvare il popolo. È forte, ma alla fine si ritrova solo sul monte Nebo a guardare la terra promessa», nella quale però non può entrare. Quanto a Giovanni Battista, anche a lui «negli ultimi tempi non vengono risparmiate le angosce». Si domanda se ha sbagliato, se ha preso la vera strada, e ai suoi amici chiede di andare a domandare a Gesù «sei tu o dobbiamo aspettare ancora?». È tormentato dall’angoscia; al punto che «l’uomo più grande nato da donna», come lo ha definito Cristo stesso, finisce «sotto il potere di un governante debole, ubriaco e corrotto, sottoposto al potere dell’invidia di un’adultera e del capriccio di una ballerina». Infine c’è Paolo, il quale confida a Timoteo tutta la sua amarezza. Per descriverne la sofferenza, il vescovo di Roma ha usato l'espressione «non è nel settimo cielo». E ha poi riproposto le parole dell'apostolo: «Figlio mio, Dema mi ha abbandonato, avendo preferito le cose di questo mondo; Crescente è andato in Galazia, Tito in Dalmazia. Solo Luca è con me. Prendi con te Marco e portalo, mi sarà utile; portami il mantello che ho lasciato, i libri e le pergamene. E ancora: Alessandro, il fabbro, mi ha procurato molti danni. Anche tu guardati da lui, perché si è accanito contro la nostra predicazione». Il Papa ha proseguito ricordando il racconto che Paolo fa del processo: «nella prima difesa nessuno mi ha assistito, tutti mi hanno abbandonato, però il Signore mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annunzio del Vangelo». Un'immagine che, secondo il Pontefice, racchiude in sé il «tramonto» di ogni apostolo: «solo, abbandonato, tradito»; assistito soltanto dal Signore che «non abbandona, non tradisce», perché «Lui è fedele, che non può rinnegare se stesso». La grandezza dell’apostolo – ha sottolineato il Papa – sta dunque nel fare con la vita quello che Giovanni il Battista diceva: «è necessario che lui cresca e io diminuisca»; infatti l’apostolo è colui «che dà la vita perché il Signore cresca. E alla fine c’è il tramonto». È stato così anche per Pietro, ha fatto notare Papa Francesco, al quale Gesù ha predetto: «Quando tu sarai vecchio ti porteranno dove tu non vorrai andare». La meditazione sulle fasi finali delle vita di questi personaggi ha così suggerito al Santo Padre «il ricordo di quei santuari di apostolicità e di santità che sono le case di riposo dei preti e delle suore». Strutture che ospitano, ha aggiunto, «bravi preti e brave suore, invecchiati, con il peso della solitudine, che aspettano che venga il Signore a bussare alla porta dei loro cuori». Purtroppo, ha commentato il Papa, noi tendiamo a dimenticare questi santuari: «non sono posti belli, perché uno vede cosa ci aspetta». Di contro però «se guardiamo più nel profondo, sono bellissimi», per la ricchezza di umanità che vi è dentro. Visitarli dunque significa fare «veri pellegrinaggi, verso questi santuari di santità e di apostolicità», alla stessa stregua dei pellegrinaggi che si fanno nei santuari mariani o in quelli dedicati ai santi. «Ma mi chiedo – ha aggiunto il Papa – noi cristiani abbiamo la voglia di fare una visita – che sarà un vero pellegrinaggio! – a questi santuari di santità e di apostolicità che sono le case di riposo dei preti e delle suore? Uno di voi mi diceva, giorni fa, che quando andava in un Paese di missione, andava al cimitero e vedeva tutte le tombe dei vecchi missionari, preti e suore, lì da 50, 100, 200 anni, sconosciuti. E mi diceva: “Ma, tutti questi possono essere canonizzati, perché alla fine conta soltanto questa santità quotidiana, questa sanità di tutti i giorni”». Nelle case di riposo «queste suore e questi preti – ha detto il Papa – aspettano il Signore un po’ come Paolo: un po’ tristi, davvero, ma anche con una certa pace, col volto allegro». Proprio per questo fa «bene a tutti pensare a questa tappa della vita che è il tramonto dell’apostolo». E, concludendo, ha chiesto di pregare il Signore di custodire i sacerdoti e le religiose che si trovano nella fase finale della loro esistenza, affinché possano ripetere almeno un’altra volta «sì, Signore, voglio seguirti».

L’Osservatore Romano

 

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